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24mar 2026

Intervista su Stampa Reggiana

Intervista su Stampa Reggiana
Ci trovate sul numero di marzo del periodico Stampa Reggiana per un'intervista a cura della gentilissima Giulia Misto.
A futura memoria, qui trovate la versione integrale della chiacchierata.

Una breve storia di Notorius. Come nasce concretamente l’idea di aprire una cinelibreria? È stata la naturale evoluzione di una passione personale? Perché il nome Notorius? Siete particolarmente legati all’omonimo film? Quanto pesa la vostra storia personale nella costruzione del catalogo?

Luca: L’idea di aprire una libreria/videoteca specializzata in cinema mi è venuta quando, dopo la laurea, mi sono dovuto inventare un mestiere e, ovviamente, come hai intuito, nasce da una forte passione personale. Il nome ed il logo sono un palese omaggio al film di Hitchcock, con il titolo italianizzato per generare meno confusione possibile nei clienti e nei fornitori. Hitch è uno dei nostri registi preferiti, ed il nome suonava bene, semplice e diretto. La costruzione del nostro catalogo è per un buon 80% frutto del nostro gusto e per un 20% di un naturale adeguamento ad un gusto più generalizzato. Non abbiamo la pretesa di imporre le nostre preferenze, ci sono film che magari a noi non fanno impazzire, ma ai quali riconosciamo un valore  artistico e comprendiamo bene possano piacere ad altre persone. Cerchiamo però di evitare – anche nei lanci delle novità - cose che reputiamo davvero inutili e brutte, quelle le prendiamo solo sotto ordinazione diretta.

Viviamo nell’epoca dello streaming, delle piattaforme e della smaterializzazione: la scoperta dei film passa spesso attraverso algoritmi. Lo streaming offre, forse, maggiore accesso, ma non crea memoria, mentre il supporto fisico costruisce archivio.In questo paesaggio che cosa significa tenere aperto un luogo fisico dove il cinema si sceglie e si tocca?

Ricciarda: Lo streaming ha i suoi vantaggi: primo su tutti rimane più spazio libero in casa, puoi vedere da casa film che hai perso al cinema e che non compreresti da tenere. Detto questo sono molti gli aspetti negativi: le piattaforme sono tante e per avere scelta bisognerebbe fare tanti abbonamenti. Si finisce poi per passare le serate a fare zapping tra migliaia di titoli che alla fine non interessano. Molti film e serie TV (così come molte canzoni, romanzi…) sono costruiti in base ad algoritmi secondo una logica puramente commerciale, il risultato quindi sono prodotti molto simili tra loro e spesso molto più lunghi e più diluiti di quanto meriterebbero. La cosa più fastidiosa per noi è che l’algoritmo guida anche le proposte che il servizio ti mette nel menu: ci siamo accorti che alcuni film non li avremmo mai trovati se non cercandoli specificamente con il titolo, nelle sezioni di proposta non comparivano. Altra cosa: i server non sono infiniti, e quando viene fatto ricambio tanti film spariscono. A seconda della nazionalità, poi, si ha accesso a titoli diversi.Acquistare i propri film, i propri libri, i propri dischi… dar vita alle proprie librerie consente di conservare l’oggetto delle nostre passioni, di avere sempre a disposizione parte di ciò che porta bellezza e piacere nelle nostre vite. Contrariamente all’idea sottostante alle piattaforme di streaming, un film, un libro, la musica non si riducono semplicemente a merce di consumo: sono opere dell’arte e dell’ingegno. In casa abbiamo appeso un ritratto di Pasolini realizzato da Davide Toffolo con la citazione: “La poesia non è merce perché non è consumabile. Un lettore può leggere mille volte una poesia senza consumarla” È in cucina e l’abbiamo davanti a noi ogni giorno.Probabilmente anche il destino della conservazione di molti film sarà affidato agli archivi  analogici privati. Ora che si gira in digitale e gli hard-disc vengono sovrascritti o si bruciano il rischio di perdere film nel tempo è davvero alto. 

Luca: Ci tengo anche a sottolineare l’importanza di un luogo fisico in cui si entra, si esplora, si parla con i gestori e con gli altri clienti. Si chiama società. Io sono letteralmente cresciuto in negozi di dischi che per la mia formazione culturale hanno avuto un’importanza fondamentale. Il motivo per cui oggi, ad esempio, non nascono più “scene” e movimenti artistici e culturali significativi è anche perché si sono dissolti gli spazi aggregativi fisici. Il punk newyorkese, il dadaismo, la nouvelle vague francese, solo per citarne alcuni, sono nati tutti intorno a luoghi di aggregazione in cui i protagonisti di questi movimenti potevano incontrarsi, parlare, toccarsi, discutere. Le idee funzionano come il polline.

Che tipo di clientela entra oggi da Notorius? È cambiata rispetto agli inizi?

Ricciarda: C’è stato un periodo, con la prima diffusione delle piattaforme di streaming, in cui erano principalmente adulti e anziani. Negli ultimi anni invece è tornata una clientela molto giovane. Ragazzi delle scuole superiori e universitari che amano il cinema, che diffidano delle piattaforme, forse anche come forma di reazione alla generazione dei fratelli più grandi e dei genitori. Hanno una grande curiosità e preferiscono comprare i film: scelgono attivamente cosa guardare, fanno tante domande e per tanti aspetti sono anche più documentati di noi. Per noi averli in negozio a curiosare e a fare chiacchiere è un piacere enorme. Uno dei “nostri” ragazzini, che è cresciuto ed è andato a studiare all’estero, ci ha davvero commosso: prima di partire, non potendo portare tutto con sé, è passato a regalarci un numero storico di una rivista pieno di articoli e interviste a registi. Ci ha fatto capire che in qualche misura siamo stati un punto di riferimento.

Cosa vi chiedono maggiormente i clienti: il grande autore introvabile, il cult di genere restaurato, la colonna sonora in vinile? E cosa vi sorprende di più nelle nuove richieste?

Ricciarda: I film che funzionano sempre sono i classici, autori e film della storia del cinema e nuovi classici, quei registi che si impongono immediatamente come un Wong Kar-Wai o un Tarantino. Una grande fetta delle richieste riguarda il cinema di genere, l’horror in particolare, che ha da sempre una grande presa sulle generazioni più giovani e non solo. Per quanto riguarda l’e-commerce invece arrivano al nostro negozio principalmente i clienti che cercano il fuori catalogo e il titolo introvabile. Oppure chi cerca l’editore di nicchia: una parte importante del nostro lavoro è mantenere i rapporti anche con il piccolo editore, laddove possibile, e provare a dare visibilità agli articoli che, pur non avendo più un mercato tale da giustificare la presenza negli scaffali della grande distribuzione, hanno la meritata attenzione da parte degli appassionati. Non sempre siamo in grado di soddisfare queste richieste ma ci proviamo.

Se entrasse nel vostro negozio un ventenne cresciuto a streaming e vi chiedesse “Da dove comincio?”, come vi comportereste? Partireste dai classici o proporreste percorsi più laterali? Come si educa oggi lo sguardo? Come si costruisce il gusto?

Ricciarda: Succede: è già successo e continua a succedere. Quando arriva un ragazzo con una richiesta del genere in realtà ha già scelto di approfondire l’argomento. Ha visto un film che gli ha cambiato la vita, uno di quei film che sembra parlino proprio a te personalmente. Se ci chiede qualche consiglio, a seconda dei suoi gusti e delle sue visioni fino a quel momento, possiamo proporgli un percorso di film che rientrano nello stesso genere e parallelamente film della storia del cinema che sono alle origini di un certo genere o la diretta ispirazione di un regista. Di solito assistiamo nel tempo a un affinarsi dei gusti, a una consapevolezza sempre maggiore delle dinamiche del film (dalla sceneggiatura alle inquadrature alla colonna sonora…). Ci sono ragazzi giovanissimi che hanno già una conoscenza cinematografica enorme.

Dal 2001 ad oggi avete attraversato DVD, Blu-ray, streaming, pandemia e smaterializzazione quasi totale del cinema domestico. C’è stato un momento in cui avete temuto di non farcela? E cosa vi ha fatto resistere?

Luca: Io temevo di non farcela ancora prima di aprire, figurati, e sono passati 25 anni.

Ricciarda: Ci succede di continuo. Ci sentiamo perennemente in bilico su una corda tesa. Il mercato va verso la smaterializzazione e la vendita diretta delle piattaforme dei loro prodotti. Al momento la nostra più grande paura è che smettano di produrre i supporti fisici: in Italia le produzioni originali delle piattaforme digitali non escono su DVD/Blu-Ray. I colossi dello streaming non hanno capito che il collezionista, pur avendo già visto il film o la serie in streaming, è disposto anche ad acquistarla per averla nella sua personale videoteca. All’estero qualcosina di più viene pubblicato, in Italia no. Noi nasciamo come libreria e anche da questo punto di vista devo dire che abbiamo avvertito una flessione della vendita dei libri. Tra pandemia, guerre in corso, incertezza politica mondiale, i prezzi in generale si sono alzati. La carta stampata costa molto di più che in passato e probabilmente uno dei motivi è questo. Inoltre i social assorbono gran parte del tempo delle persone. Se prima nel tempo libero leggevi un libro o guardavi un film, adesso la norma è scrollare il cellulare per leggere soprattutto dei titoli o guardare video brevi.

Luca: Qualsiasi attività che richieda più di 90 secondi sembra ormai diventata un peso impossibile da sostenere.

Ricciarda: Poi c’è tutta la questione della progressiva scomparsa dei negozi fisici per la competizione dei colossi della vendita on-line e del cambio di abitudini di acquisto, accelerato dal Covid, per cui l’acquisto deve arrivare a casa e subito. Non c’è più l’abitudine di uscire e andare in cerca di qualcosa. E di nuovo qui si aprirebbe un discorso molto complesso che non possiamo affrontare ora su come questo stia modificando i rapporti sociali e tutto il “motore” del desiderio. Per ora la scelta di specializzarci solo in ambito cinematografico ci ha permesso di restare aperti: siamo una mosca bianca, tra i pochi rimasti con certi tipi di articoli e questo fa sì che abbiamo clienti che vengono anche da fuori città e da fuori provincia. Ci ha veramente sorpreso un ragazzo di Brescia, conosciuto a una fiera: il 24 dicembre, era un pomeriggio freddo con pioggia battente. Lui ha pensato non ci fosse modo migliore di passare il suo tempo che venire a fare un giro di persona nel nostro negozio. È stato il nostro regalo di Natale.

Tra l’altro Reggio Emilia è attenta e impegnata in questo settore. Cito Reggio Film Festival, in passato l’Asian Film Festival…

Ricciarda: Il cinema comunale Rosebud, il Reggio Film Festival e in passato L’Asian Film festival fanno e hanno fatto un lavoro impagabile. A proposito dei ragazzi giovani che frequentano il nostro negozio, proprio qualche giorno fa uno di loro è passato, ci siamo confrontati sulle ultime visioni e ci diceva di avere in programma di andare con gli amici al “Rose” (lo chiamano così) a vedere un film il fine settimana. A dimostrazione di quanto il Rosebud sia un punto di riferimento per la città. Lo stesso si può dire del Reggio Film Festival. Ci sono altri cinema in città e in provincia che svolgono un lavoro altrettanto importante: l’Olimpia, il Corso, l’Apollo di Albinea, l’Eden di Pianello, il Novecento a Cavriago, il Cinepiù a Correggio… e mi scuso se non cito tutti. Abbiamo purtroppo pochi cinema in centro storico. Una maggiore presenza porterebbe più gente in città, ma qui il discorso si fa davvero molto complesso e sarebbe riduttivo liquidarlo in poche parole.

La crisi delle sale cinematografiche ha cambiato anche il vostro pubblico? Avete notato una trasformazione nel modo in cui le persone “consumano” e parlano di cinema? Secondo voi si è persa profondità critica o è cambiato semplicemente il modo di discuterne?

Ricciarda: Il discorso della crisi delle sale cinematografiche è di nuovo troppo complesso per esaurirlo con poche parole. Diciamo che c’è margine di miglioramento del cinema italiano, osare un po’ di più nella produzione dei film forse porterebbe più gente in sala. Ben vengano i titoli come il film della Cortellesi o come l’ultimo film di Checco Zalone che hanno riportato le persone al cinema. Ma purtroppo la tendenza dei distributori è quella di proporre per lo più un tipo di cinema fatto dalle stesse storie e recitato dagli stessi attori. Quando invece si potrebbe osare di più, ricominciare a fare cinema di genere, che siamo in grado di fare (penso ad esempio a “La città proibita” di Gabriele Mainetti, un action in piena regola) e soprattutto puntare a dare visibilità anche a film indipendenti (ad esempio “Il vento soffia dove vuole”, del regista reggiano Marco Righi, che ha avuto riconoscimenti all’estero ma in Italia non ha trovato un distributore e ha vissuto di auto distribuzione per poi finire anche lui in streaming).

Negli anni Sessanta e Settanta fare e amare il cinema significava prendere posizione, era una forma di militanza culturale. Il cinema era uno strumento di lotta politica, analisi critica... Oggi che forma ha la cinefilia? È ancora un gesto culturale “militante” o è diventata un fatto più individuale, quasi archivistico?

Luca: Mi verrebbe da dire che oggi qualsiasi tipo di passione che si discosti dal gusto massificato è un atto politico in sé.

Ricciarda: Il cinema di impegno politico e sociale è una forma di espressione. Per quanto ci riguarda qualsiasi genere di film, anche di puro intrattenimento, quando è fatto bene è benvenuto. Il discrimine forte è tra film fatti bene e film fatti male. Poi però entra in ballo il gusto personale, un film pieno di difetti può piacere moltissimo, ad esempio se sei un cultore del trash (quando si dice che è talmente brutto che fa il giro). Un film fatto benissimo può non comunicarti nulla o addirittura infastidirti quando proprio non è nelle tue corde. Esempio lampante per noi è sempre Lars Von Trier: non c’è stata volta che, all’uscita dalla sala cinematografica, non ci fosse qualche gruppetto di persone intento in discussioni animate, proprio ai limiti del litigio, su quanto il film fosse meraviglioso o inguardabile.

C’è un film “difficile” che avete difeso contro ogni evidenza commerciale? Un titolo che nessuno chiedeva, ma che per voi era “necessario”?

Ricciarda: Un film che sappiamo raccoglie tante critiche è il “Dune” di David Lynch, per ragioni in primo luogo concrete: la realizzazione del film è stata una vera e propria odissea cinematografica. Nonostante questo, le scene visionarie sono talmente potenti che alla fine la storia regge e anzi lo riguardiamo sempre volentieri.

Luca: E comunque non è un film che nessuno ci chiede. Lynch è un best-seller assoluto da noi.

Affermate che odiate la “mediocrità”. Cosa ne pensate dei cosiddetti “cinepanettoni”?

Ricciarda: Il cinepanettone non lo odiamo. Semplicemente più di tanto non ci fa ridere e non ha spazio nella nostra personale videoteca. 

Luca: È comunque un ricordo del passato. Oggi ci tocca quasi rimpiangerli, i cinepanettoni, perché portavano linfa vitale nelle casse dei produttori, che nei migliori dei casi (invero pochi) magari si sentivano poi più liberi di rischiare su altri progetti.

Notorius ha un’ampia offerta di articoli, sempre legati al mondo cinematografico: libri, poster, funko wacky wobblers, action figure ecc. Qual è l’articolo più raro che avete in negozio?

Ricciarda: Abbiamo qualche sceneggiatura degli anni 60, libri e film anche usati, alcuni dei quali sono fuori catalogo e quindi molto difficili da trovare. Oltre a poster riproduzioni, abbiamo locandine, fotobuste e manifesti originali d’epoca. Abbiamo anche alcuni manifesti d’epoca legati alla storia locale (poster di rassegne cinematografiche o di anniversari cittadini…). Abbiamo ancora alcune stampe autografate di Marco Fontanili, Valerio Paglia, Marta Bondioli, tutti artisti locali di cui abbiamo ospitato mostre nel nostro “giardino segreto”. In generale le action figure ci piacciono molto. Uno dei nostri pezzi preferiti è il set di Twin Peaks composto dall’agente Cooper e dalla salma di Laura Palmer. Tutto con abitini in stoffa, una vera chicca.

Tra i vostri clienti illustri c’è stato Mario Monicelli. Che cosa resta di quell’incontro? Ci sono altri episodi che raccontano l’anima del negozio?

Ricciarda: Purtroppo è stato un incontro molto breve, non in quanto cliente ma in quanto ospite dell’Ufficio Cinema di Reggio Emilia. 

Luca: Ho avuto modo di intervistarlo privatamente qui all’Hotel Posta e siamo rimasti qualche ora insieme.

Ricciarda: Era un uomo di una lucidità e di una intelligenza incredibili, di una onestà intellettuale  ineccepibile, che emerge in tutti i suoi film, intrisi di dramma e di umorismo mai accomodanti. Credeva che non valesse la pena perdere tempo, tanto meno in lamentele, ma che piuttosto le nostre energie, la nostra vita, vadano indirizzate sempre all’azione. La sua scomparsa ha lasciato un grande vuoto nel panorama intellettuale italiano. Ci sarebbe piaciuto approfondire la sua conoscenza.

Luca: So che aveva molto amato l’aceto balsamico di nostra produzione, gliene avevo regalato una bottiglietta e anche a mesi di distanza ogni tanto ci arrivavano apprezzamenti (o velate richieste di rifornimento?) tramite Sandra dell’Ufficio Cinema.

Jean-Luc Godard sosteneva che il cinema non fosse un’arte che filmava la vita, ma qualcosa tra arte e vita. Siete d’accordo con questa visione? Cos’è per voi il cinema?

Luca: Godard non è mai stato tra i miei preferiti, nonostante ne riconosca l’importanza storica. E anche in questo caso devo dire che la citazione mi risulta un po’ fumosa, come il suo cinema. Il cinema è un mezzo espressivo, come la musica, la scrittura, la pittura. Può essere espressione artistica, oppure di semplice svago ed intrattenimento, esattamente come per gli altri mezzi espressivi citati. Sicuramente, rispetto alle altre, è una forma d’arte più “totale”, come lo è l’Opera per la musica classica, perché mette assieme un po’ tutto: scrittura, musica, fotografia, architettura, design, recitazione. Questo fa anche sì che, nonostante la figura centrale del regista, il cinema sia sempre il prodotto di uno sforzo collettivo, meno individualista rispetto alle altre arti.

Al netto del titolo del film da cui avete mutuato il nome della Cinelibreria, c’è un film, o un autore, o un genere che più amate? E il personaggio cinematografico?

Ricciarda: Il mondo del cinema è talmente esteso e vario che crediamo sia impossibile decidere un film o un autore migliore in assoluto. Anche nei generi siamo onnivori.

Luca: È così, ma diciamo che qualche nome possiamo farlo. Kubrick, ad esempio, è un gigante quasi inarrivabile secondo me, perché ha sempre fatto un cinema incredibile ma allo stesso tempo ha sempre fatto cinema di genere. Anzi, li ha fatti quasi tutti: guerra, fantascienza, horror, commedia, dramma in costume, noir, storico al limite del peplum. Gli mancava il Western, ma era un inglese.Poi amiamo visceralmente Lynch, Cronenberg, Carpenter, Jodorowsky. Ma ha ragione Ricciarda, la lista da qui in poi diventerebbe infinita.

E che film consigliereste di vedere a chi vi legge dalle pagine di Stampa Reggiana, in questo tragico momento storico?

Ricciarda: “Civil War”. Garland ritrae un futuro distopico che non sembra poi così lontano, purtroppo. Un altro film di qualche anno fa che ancora oggi mi pare molto a fuoco e attuale potrebbe essere “L’Onda” di Gansel.

Luca: Ci sono film che sanno parlare di certi temi senza affrontarli in maniera troppo specifica e contestualizzata. È quello che distingue un “classico” da un buon film. Un film di fantascienza come “Stalker” di Tarkovskij dice talmente tante cose sulla condizione umana che secondo me non invecchierà mai.

Un’ultima domanda. Vi siete definiti come mossi “dall’illogicità della passione” (bellissima espressione!): alla fine, è davvero così illogica la passione o è l’unica logica possibile per far vivere un luogo come questo?

Luca: La logica è decisamente sopravvalutata.

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